Il trattamento
della Cardiomiopatia Ipertrofica
Esiste una cura?
La terapia farmacologica
Beta-bloccanti
Calcio-antagonisti
Disopiramide
Farmaci antiaritmici
Diuretici
Anticoagulanti
Antibiotici
L’impianto di un defibrillatore (ICD)
L’intervento chirurgico
L’ablazione alcoolica del setto (miectomia non chirurgica)
I pacemakers
Il trapianto cardiaco
La terapia genica
Esiste una cura?
I pazienti spesso chiedono se
esiste una cura per la Cardiomiopatia Ipertrofica.
In termini rigorosi, una cura per questa malattia
non esiste, se per ”cura” si intende la completa
eliminazione della malattia. Quindi, la Cardiomiopatia
Ipertrofica deve essere considerata, attualmente,
una malattia cronica. È comunque importante sottolineare
che la Cardiomiopatia Ipertrofica non solo è compatibile
con una normale longevità (con scarsa o nulla limitazione
funzionale e anche senza la necessità di trattamenti
importanti), ma le sue complicanze più serie possono
spesso essere trattate e controllate con farmaci o con
dispositivi impiantabili.
Quindi, la Cardiomiopatia Ipertrofica non necessariamente
riduce la durata della vita o ha un sostanziale impatto
sulla qualità della vita. Per esempio, nei pazienti
giudicati ad alto rischio di morte improvvisa, l’impianto
di un defibrillatore può proteggere da questo evento.
In quel singolo paziente, possono non esservi altri
rischi legati alla malattia, e quindi l’impianto del
defibrillatore potrebbe per certi versi essere considerato
una ”cura” della cardiomiopatia ipertrofica. Appare poco
probabile che, in un futuro vicino, la terapia genica
possa rappresentare un reale approccio terapeutico nella
cardiomiopatia ipertrofica. Ridurre lo spessore della
parete e l’ipertrofia (ovvero normalizzare la struttura
del cuore) con farmaci o con altri mezzi non è un obiettivo
ragionevole nella Cardiomiopatia Ipertrofica e di fatto
non è mai stato dimostrato che sia possibile.
Vi sono numerose modalità di trattamento
dei pazienti con Cardiomiopatia Ipertrofica, che
sono volte a migliorare la funzione cardiaca, ridurre
i sintomi, e prevenire le complicanze. Molti pazienti
sono asintomatici o hanno sintomi molto lievi e
non necessitano di alcun trattamento, a meno che non
siano giudicati ad alto rischio di morte improvvisa.
Per quei pazienti che richiedono una terapia, una o
più delle seguenti strategie di trattamento dovrebbero
essere prese in considerazione.
La terapia farmacologia
Il trattamento farmacologico è
solitamente la terapia di prima scelta nei pazienti
con dispnea o dolore toracico durante sforzo. Molti
pazienti traggono beneficio dai farmaci con una riduzione
della sintomatologia. Attualmente, diversi farmaci
vengono utilizzati nel trattamento della Cardiomiopatia
Ipertrofica ed è probabile che nuovi farmaci divengano
disponibili in futuro.
La necessità di iniziare un trattamento farmacologico
e la scelta di uno specifico farmaco deve essere fatta
su base individuale e può essere necessario modificarla
nel tempo. I bambini possono sviluppare sintomi, anche
se raramente, e vengono trattati con gli stessi farmaci
e sostanzialmente con le stesse modalità degli adulti.
I farmaci più comunemente utilizzati sono descritti qui
di seguito.
Beta-bloccanti
Rallentano la frequenza cardiaca e
probabilmente migliorano il riempimento dei
ventricoli in diastole.
Riducono la forza di contrazione, e possono anche
ridurre l’ostruzione durante l’esercizio fisico.
Questa categoria di farmaci è largamente usata
nella pratica medica anche in altre tipi di malattie
del cuore, tra cui l’ipertensione arteriosa. Talvolta,
questi farmaci possono provocare stanchezza, e
raramente impotenza nei pazienti maschi. Molti tipi
di beta-bloccanti sono stati usati nella
cardiomiopatia ipertrofica.
I più comuni sono:
il propranololo (Inderal®),
l’atenololo (Tenormin®),
il nadololo (Corgard®), ed
il metoprololo (Lopresor®, Seloken®).
Attualmente, sono solitamente utilizzate preparazioni
a lento rilascio di questi farmaci che richiedono una
singola somministrazione al giorno, o due somministrazioni.
Calcio-antagonisti
I calcio-antagonisti non di-idropiridinici
rappresentano il secondo più importante gruppo di
farmaci utilizzato; il verapamil (Isoptin®) è il
farmaco di questa categoria più usato nella
Cardiomiopatia Ipertrofica. Questo farmaco sembra
migliorare il rilasciamento del cuore e facilitare
il riempimento dei ventricoli (durante la diastole).
Come i beta-bloccanti, anche il verapamil riduce la
frequenza cardiaca e può abbassare la pressione
arteriosa, e in alcuni pazienti può indurre costipazione.
Anche un altro calcio-antagonista, il diltiazem (Altiazem®,
Tildiem®, Dilzene®), è stato occasionalmente utilizzato
nella Cardiomiopatia Ipertrofica.
Beta-bloccanti e calcio-antagonisti non
dovrebbero essere somministrati insieme.
Disopiramide
La disopiramide (Ritmodan®)
migliora il rilasciamento del cuore ed è anche
un farmaco anti-aritmico. È un farmaco raramente
usato nella Cardiomiopatia Ipertrofica, e viene
utilizzato in associazione ai beta-bloccanti
in pazienti selezionati con Cardiomiopatia
Ipertrofica Ostruttiva ed importanti sintomi.
Farmaci antiaritmici
Questi farmaci possono essere
utilizzati quando un’aritmia come la tachicardia
ventricolare o la fibrillazione atriale viene
identificata e giudicata un importante fattore
di rischio per quello specifico paziente.
L’amiodarone (Cordarone®, Amiodar®) è l’antiaritmico
più comunemente usato nella cardiomiopatia ipertrofica
per ridurre la probabilità di episodi ricorrenti di
fibrillazione atriale. Tuttavia, l’amiodarone ha numerosi
potenziali effetti collaterali, in particolare, effetti
reversibili sulla tiroide, un aumento della sensibilità
al sole (che può essere evitata con l’uso di creme solari
a protezione totale), e occasionalmente, danni ai
polmoni o al fegato. Per queste ragioni, è sempre
difficile prevedere se il singolo paziente tollererà
la somministrazione del farmaco, soprattutto per
trattamenti prolungati, come nel caso dei pazienti
giovani ad alto rischio di morte improvvisa. Nel caso
di intolleranza all’amiodarone, od in pazienti molto
giovani, il sotalolo viene spesso utilizzato nel trattamento
della fibrillazione atriale parossistica. Altri farmaci
antiaritmici come la chinidina e la procainamide sono
stati abbandonati perché possono causare aritmie gravi.
Diuretici
In pazienti con sintomi gravi
(affanno anche per sforzi lievi) nonostante la
terapia con beta-bloccanti o verapamil, l’associazione
di diuretici alla terapia solitamente migliora i
sintomi. Questi farmaci aumentano il flusso
urinario riducendo la quantità di liquidi ritenuta
dall’organismo.
Anticoagulanti
I pazienti con fibrillazione
atriale parossistica (saltuaria) o persistente
dovrebbero assumere anticoagulanti (”fluidificanti
del sangue”, dicumarolici) - in assenza di
controindicazione a questi farmaci - per prevenire
l’ictus cerebrale che può essere la conseguenza
di trombi formatisi nell’atrio sinistro che si
frammentano e arrivano al cervello attraverso le
arterie. Questo trattamento richiede un monitoraggio
periodico con un esame del sangue che deve essere
eseguito circa ogni 20 giorni. Data la possibilità
di complicanze del trattamento anticoagulante
(ad esempio, un’emorragia cerebrale come conseguenza
di un trauma), la decisione di sottoporre il
paziente a questa terapia può essere difficile
e ovviamente andrebbe presa dopo accurata
consultazione con il cardiologo curante.
Antibiotici
Sebbene l’endocardite sia rara,
i pazienti con la forma ostruttiva della
Cardiomiopatia Ipertrofica e un flusso turbolento
del sangue nel tratto di efflusso del ventricolo
sinistro dovrebbero fare una profilassi antibiotica
prima di ogni procedura odontoiatrica (compresa la
pulizia dei denti) o prima di interventi chirurgici.
Per la profilassi dell’endocardite batterica,
l’American Heart Association raccomanda: amoxicillina
(2 gr. per adulti; 50 mg/kg per i bambini)
da assumere per bocca un’ora prima della procedura.
Il programma per la profilassi antibiotica dovrebbe
essere fatto insieme al dentista o al chirurgo quando
viene preso l’appuntamento, con molto anticipo
rispetto alla data prevista per la procedura.
L’impianto di un defibrillatore
Quei pazienti con Cardiomiopatia Ipertrofica che
sono chiaramente ad alto rischio di morte improvvisa
possono essere candidati all’impianto di un
defibrillatore automatico (Implantable
Cardioverter-Defibrillator o ICD),un apparecchio
sofisticato che viene impiantato in modo permanente nel
paziente. L’ICD è in grado di identificare aritmie
potenzialmente letali e dare uno shock elettrico,
(o di fare una stimolazione antitachicardica) per
interrompere queste aritmie e reinstaurare il normale
ritmo cardiaco. Nello stesso tempo, l’apparecchio
registra un elettrocardiogramma
per documentare in dettaglio l’evento. Recentemente,
l’esperienza riguardo all’uso degli ICD nei pazienti
con Cardiomiopatia Ipertrofica ad alto rischio è
cresciuta notevolmente, ed i dati oggi disponibili
indicano che questo apparecchio ha cambiato
favorevolmente il decorso clinico della malattia in
molti pazienti, particolarmente in pazienti giovani
ed asintomatici o con sintomi lievi.
Inoltre, in questi ultimi anni, i defibrillatori
sono diventati più piccoli e molto più facili da
impiantare in porzioni del torace in cui non risultano
fastidiosi e, nella maggioranza dei casi, richiedono
degenze ospedaliere di una sola notte, senza interventi
chirurgici importanti. Gli
elettrocateteri dell’ICD possono essere introdotti
attraverso le vene (sono quindi collocati
all’interno delle camere cardiache) ed il
generatore è inserito subito al di sotto della
clavicola. Defibrillatori sono stati impiantati
anche in bambini ad alto rischio (al di sotto
di 15 anni).
I pazienti devono comunque essere informati
riguardo alle possibili complicanze associate
all’ICD, che includono scariche elettriche
inappropriate durante frequenze cardiache
elevate ma normali (attualmente, questi
interventi inappropriati avvengono in quasi
il 25% dei pazienti). Inoltre, c’è una bassa
probabilità di infezione del dispositivo,
ed il rischio di problemi con i cateteri
(usualmente, rottura del catetere).
Dato che il periodo di rischio di morte
improvvisa è tipicamente molto lungo nella
Cardiomiopatia Ipertrofica (teoricamente
20-50 anni in alcuni pazienti), è
probabile che l’ICD sia un trattamento a
lungo termine o per tutta la vita e crea
quindi la necessità di una attenta e
affidabile manutenzione e verifica dell’apparecchio
(solitamente 4 volte all’anno), inclusa
una periodica sostituzione delle batterie (circa ogni 5-7 anni, in relazione al
numero di interventi dell’apparecchio).
In molti pazienti con Cardiomiopatia Ipertrofica,
l’ICD interviene per la prima volta solo dopo
molti anni 5-10 anni dal momento dell’impianto.
Questo sottolinea che le aritmie potenzialmente
letali in questa malattia sono sostanzialmente
imprevedibili.
Nel futuro, ci aspettiamo che l’ICD verrà
offerto come trattamento salva-vita ad un
numero crescente di pazienti con Cardiomiopatia
Ipertrofica, sia in sopravvissuti ad un evento
pericoloso per la vita come un arresto cardiaco
sia, come mezzo di prevenzione, in pazienti che
sono in una condizione di rischio elevato di
morte improvvisa (che hanno cioè quei fattori
di rischio già menzionati come una storia
familiare di morte improvvisa dovuta alla
cardiomiopatia ipertrofica in un parente stretto),
cioè prima che accadano eventi gravi come un
arresto cardiaco.
Tuttavia, è importante ribadire che il
defibrillatore non è un trattamento indicato in
tutti i pazienti con Cardiomiopatia Ipertrofica, ma
solo in quelli giudicati realmente ad alto rischio.
È infatti necessario sottolineare che la maggior
parte dei pazienti con Cardiomiopatia Ipertrofica
sono a basso rischio di morte improvvisa.
Attualmente, è diventato chiaro che nei pazienti
ad alto rischio, i farmaci antiaritmici
(come l’amiodarone) non sono un’utile alternativa
all’ICD, dato che questi farmaci non hanno
dimostrato di essere completamente efficaci nel
proteggere dalla morte improvvisa (in diversi
studi, il 20-30% dei pazienti morti improvvisamente
erano in trattamento con questi farmaci).
L’intervento chirurgico
La chirurgia (miotomia-miectomia del
setto interventricolare) è riservata a quei
pazienti con marcata ostruzione all’efflusso
del ventricolo sinistro e sintomi severi che
non rispondono ai farmaci o ad altri trattamenti.
Più precisamente, l’intervento chirurgico è
indicato in quei pazienti con un gradiente
ostruttivo uguale o superiore a 50 mm Hg e
persistenza di sintomi severi dopo che i
farmaci sono risultati inefficaci.
Nella Cardiomiopatia Ipertrofica sono state
utilizzate diverse tecniche chirurgiche,
ma la più accettata rimane la miotomia-miectomia del setto
interventricolare, in cui il
chirurgo asporta una piccola porzione
di muscolo ispessito dalla parte
superiore del setto interventricolare,
allargando così la cavità del ventricolo
sinistro in quell’area e riducendo l’ostruzione.
L’intervento chirurgico nella Cardiomiopatia
Ipertrofica dovrebbe essere eseguito soltanto
da chirurghi sufficientemente esperti in
questa particolare tecnica (usualmente presso
centri di riferimento terziari); quindi, non è
probabilmente sufficiente aver eseguito l’intervento
di miotomia-miectomia solo poche volte. Questo
fa sì che pazienti con Cardiomiopatia Ipertrofica
e indicazione all’intervento debbano solitamente
spostarsi lontano da dove abitano per essere sottoposti
al trattamento. Nei centri con esperienza per questo
tipo di chirurgia, la mortalità operatoria è
ora bassa (intorno al 2%, e sotto l'1% in alcuni
centri) e molti pazienti riferiscono un miglioramento
durevole (e che è misurabile) dei sintomi dopo
l’intervento. L’intervento chirurgico può essere
(ed è stato) eseguito con bassa mortalità sia
nei bambini che nei pazienti anziani con
cardiomiopatia ipertrofica. Il rischio operatorio
sembra essere più elevato solo se nella stessa
seduta operatoria devono essere eseguiti anche
altri tipi d’intervento cardiochirurgico (come
ad esempio un bypass aorto-coronarico).
Se l’operazione viene eseguita in modo appropriato,
l’ostruzione in condizioni di riposo viene
virtualmente abolita e non recidiva.
Occasionalmente, in pazienti selezionati,
il chirurgo può decidere di sostituire la
valvola mitrale con una valvola artificiale,
invece di eseguire una miotomia-miectomia
del setto interventricolare. Non vi è alcuna
ragione per effettuare insieme la miectomia e
una sostituzione valvolare.
Alcuni pazienti con una potenziale indicazione
alla chirurgia non sono però candidati ottimali
all’intervento per ragioni diverse tra cui:
la presenza di altre malattie che complicano
il quadro clinico, l’età troppo avanzata, la
mancanza di motivazione, ed altre ragioni meno
frequenti. Tutti questi aspetti sono elementi
importanti da considerare nella scelta di opzioni
terapeutiche alternative all’intervento
chirurgico di miotomia-miectomia.
L’ablazione Alcoolica del Setto (miectomia non chirurgica)
L’ablazione alcolica del setto è
una tecnica che ha lo scopo di ridurre l’ipertrofia
della porzione superiore del setto interventricolare
(e quindi l’ostacolo all’efflusso), senza ricorrere
ad un intervento chirurgico in pazienti con
ostruzione e severamente sintomatici, che non
traggono più beneficio dalla terapia farmacologica.
Questa tecnica consiste nel causare una necrosi
(infarto, od “attacco cardiaco”) del setto
interventricolare (la porzione di cuore ispessita
nella Cardiomiopatia Ipertrofica), iniettando una
piccola quantità di alcool (< 2 ml) in un piccolo
ramo della arteria coronarica che fornisce sangue
al setto. Questa procedura viene eseguita durante
un cateterismo cardiaco e sotto anestesia locale.
La mortalità operatoria per la procedura di ablazione
e per la miectomia chirurgica è simile in centri
con esperienza in queste tecniche (1-3%).
Attualmente, l’ablazione alcolica del setto
nei pazienti con Cardiomiopatia Ipertrofica
rimane un tema in qualche modo controverso,
con alcuni cardiologi interventisti che la
propongono con grande entusiasmo e altri che
suggeriscono prudenza fino a quando non si potranno
conoscere in modo più completo le conseguenze a
lungo termine della procedura. Inoltre, preoccupa
il fatto che ablazioni vengono eseguite sempre più
frequentemente da cardiologi con scarsa esperienza
in questa tecnica, e probabilmente in alcuni pazienti
meno sintomatici di quelli solitamente candidati
all’intervento chirurgico. È importante sottolineare
che l’ablazione alcolica deve essere considerata
una possibile alternativa alla chirurgia; quindi,
un paziente non chiaramente candidato
all’operazione di miotomia-miectomia non
dovrebbe neanche essere un candidato
all’ablazione.
In particolare, si deve notare che l’ablazione
alcolica del setto lascia i pazienti con una
cicatrice nel cuore che teoricamente può predisporli
ad importanti aritmie nel corso della vita
(a differenza dell’intervento di miotomia-miectomia
che non lascia questa cicatrice). Per questa ragione,
attualmente, noi non consigliamo l’intervento di
ablazione nei pazienti giovani (e certamente non
nei bambini). Infatti, alcuni centri di
riferimento eseguono l’ablazione alcolica del
setto solo in candidati all’intervento che
non sono soggetti ottimali per la chirurgia
per altri motivi, quali la presenza di altre
malattie, una forte avversione del paziente
all’intervento chirurgico, o l’età avanzata.
Quindi, l’ablazione alcolica del setto, allo
stato attuale, non è considerata dalla grande
maggioranza dei medici esperti nella
Cardiomiopatia Ipertrofica né una cura, né
una strategia primaria di terapia della malattia,
ma piuttosto una aggiunta potenzialmente utile
per il trattamento di pazienti selezionati.
L’intervento chirurgico di miectomia (eseguito
in centri con particolare esperienza riguardo
a questa specifica operazione) rimane il
trattamento di scelta per i pazienti con
cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva e sintomi
severi che non rispondono alla terapia farmacologia.
I Pacemakers
I pacemakers sono stati usati
nella Cardiomiopatia Ipertrofica per diverse ragioni.
Occasionalmente, l’impianto di un pacemaker è
appropriato e necessario quando il normale segnale
elettrico non riesce a raggiungere i ventricoli a
causa di un insufficiente funzionamento del nodo
del seno o di un blocco cardiaco.
Questa procedura consiste nel posizionare una
piccola scatola (pacemaker) contenente una batteria
sotto la cute del torace, e nel far passare dei
sottili fili dalla scatola attraverso le vene
fino al cuore per trasmettere gli impulsi
necessari a stimolare automaticamente
il battito cardiaco.
Nei primi anni 90’, molti pazienti con
Cardiomiopatia Ipertrofica che avevano
sintomi severi e ostruzione sono stati
sottoposti ad impianto di un pacemaker
bicamerale con lo scopo di ridurre i
sintomi e l’ostruzione all’efflusso, come
trattamento alternativo all’intervento
di miectomia del setto. La stimolazione
del pacemaker può ridurre l’ostruzione
sotto-aortica in una minoranza pazienti,
ma solitamente in misura molto minore di
quanto non si ottenga con l’intervento
chirurgico. Questa tecnica può essere
presa in considerazione in alcuni pazienti
anziani selezionati. Tuttavia, il suo
utilizzo allo scopo di ridurre l’ostruzione
nella cardiomiopatia ipertrofica è stato
quasi completamente abbandonato.
Il trapianto cardiaco
Il trapianto cardiaco può
essere indicato in una piccola minoranza
di pazienti con Cardiomiopatia Ipertrofica,
quando vi sia una grave limitazione funzionale
con sintomi severi, e una marcata riduzione
della forza di contrazione dei ventricoli con
dilatazione delle camere del cuore e assottigliamento
delle pareti, e dopo che ogni altra terapia
farmacologica è risultata inefficace.
Questo quadro della Cardiomiopatia Ipertrofica
viene usualmente descritto come ”stadio terminale”
(o fase ”dilatativa” o ”di esaurimento”) ed è
l’unica indicazione generalmente accettata al
trapianto cardiaco nello spettro clinico della
Cardiomiopatia Ipertrofica. Solo meno del 5%
dei pazienti evolvono verso questa fase terminale.
Spontaneamente, e senza eventi clinici precedenti,
il cuore va incontro a modificazioni anatomiche e
funzionali che esitano in una forma di
insufficienza cardiaca più simile a quella di
altre malattie del cuore caratterizzate da
camere cardiache molto ingrandite (come nella
cardiomiopatia dilatativa). Di conseguenza, il
trattamento di questo tipo di insufficienza
cardiaca è chiaramente differente da quello
usualmente impiegato nella Cardiomiopatia Ipertrofica.
I pazienti con questa evoluzione dilatativa
della Cardiomiopatia Ipertrofica sono a
rischio elevato di aritmie potenzialmente
pericolose per la vita. Quindi, è solitamente
consigliabile l’impianto di un defibrillatore
per prevenire la morte improvvisa e consentire
di arrivare al momento in cui diventa indicato
il trapianto cardiaco.
La terapia genica
Data l’enorme visibilità,
attraverso i mezzi di informazione, delle tecniche
di manipolazione genetica e del progetto genoma
umano, spesso i pazienti chiedono quali siano
le possibilità di una cura genica della Cardiomiopatia
Ipertrofica (la possibilità cioè di sostituire i
geni ”cattivi” con geni ”buoni” o ”normali”
introdotti direttamente nell'organismo con
metodi diversi). Teoricamente, la terapia
genica sarà particolarmente
difficile in una malattia a
trasmissione autosomica dominante
qual è la Cardiomiopatia Ipertrofica. I modelli
standard per i quali è stata proposta la terapia
genica sono altri tipi di malattie genetiche,
conosciute come recessive.
Attualmente, la terapia genica non appare
applicabile nella cardiomiopatia ipertrofica,
dato che l’idea di introdurre un numero
sufficiente di ”geni buoni” da far diventare
normali tutte le cellule è considerata
particolarmente scoraggiante dai biologi
molecolari. Inoltre, la terapia genica non
sarebbe priva di rischi per il paziente,
sollevando quindi problemi etici e imbarazzo
nella scelta dei pazienti che potrebbero o
dovrebbero essere trattati con questa terapia.
Occorre tener presente che un’ampia proporzione
dei pazienti con Cardiomiopatia Ipertrofica
hanno un decorso clinico relativamente benigno
della malattia e possono avere una normale
aspettativa di vita senza interventi eroici
di questo tipo. Quindi, in termini puramente
teorici, una terapia genica della cardiomiopatia
ipertrofica dovrebbe essere limitata solo a
pazienti e famiglie a rischio particolarmente
alto e, anche in questi casi, probabilmente a
quei pazienti molto giovani nei quali
l’ipertrofia del muscolo cardiaco non si è
ancora completamente sviluppata. È chiaro che
la selezione dei pazienti per una terapia
genica potrebbe essere tanto complessa quanto
il trattamento stesso.
